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domenica 10 aprile 2016

voce di mamma - cos'è il co sleeping per noi

Il co-sleeping per me è la storia della mia vita e della mia famiglia. 45 anni fa i miei genitori hanno iniziato a dividere il loro lettone con mia sorella, e dopo due anni arrivò mio fratello. Quindi il lettone diventò per 4... poi si trasferirono quando i miei fratelli avevano 7 e 5 anni...e loro decisero da soli di dormire nella loro cameretta. Io poi sono arrivata quando loro erano grandi (15 e 13 anni)... e tutti facevano a gara x tenermi con loro! Ho diviso il lettone con i miei fino 10 anni, più mia sorella si è sposata e io ho deciso di unire il letto a quello di mio fratello! Quando poi si è sposato lui la mia mamma è venuta dormire con me!!! Tre anni e mezzo fa....sono diventata io la mamma che divide il lettone con il mio bimbo e il mio compagno! E da un mese e mezzo siamo in 4! Mia sorella ha fatto lo stesso con i suoi figli! A chi racconto tutto questo dicono che siamo pazzi.... forse si...ma per me e per tutta la mia famiglia siamo PAZZI D'AMORE PURO! Io credo che i figli si vivano una volta sola...ma anche i figli ci vivono una volta sola. Di giorno tra lavoro e scuola non ci si vive mai abbastanza...e quindi di sera e notte chiacchere e coccole a go go!!!!😍
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lunedì 5 maggio 2014

Mamma senza filtro...Il co-sleeping è autonomia

Mamma senza filtro
Il mio lavoro da tre anni e mezzo è uno solo, il più bello del mondo: essere Mamma di due bambini, Christian di tre anni e mezzo e Fiamma di due anni. Una mamma alla quale piace informarsi e informare e possibilmente far conoscere e capire falsi miti sull’infinito mondo dei bambini.  https://www.facebook.com/groups/mammeitalia/ 

Per segnalazioni scrivetemi alla mail: syluna@libero.it

Il co-sleeping è autonomia
Una mamma ci ha segnalato un articolo a mio avviso assolutamente contestabile che potete trovare nel link seguente: http://www.corriere.it/salute/speciali/2014/sonno/notizie/disturbi-sonno-bambini-l-80percento-ha-cause-comportamentali-13ea8926-9492-11e3-af50-9dc536a34228.shtml
Ora vediamo di analizzare un po’ i contenuti e controbattere:
È fondamentale che il bambino impari prima possibile a dormire nel proprio letto, sviluppando progressivamente l’autonomia
Dunque perché è addirittura fondamentale che il bambino (neonato) diventi autonomo? Abbiamo veramente cosi fretta di farli crescere?
Partiamo col dire che: Ogni famiglia è un mondo, un sistema a sé e con il proprio funzionamento e deve trovare il suo modo, unico ed inimitabile, di vivere la genitorialità. Nessuno dovrebbe sentirsi in diritto di giudicare le scelte di qualcun altro! Non è sbagliato far dormire i bambini nel loro lettino ma non è nemmeno sbagliato, tantomeno dannoso, dormire tutti insieme nel lettone; è solo una questione di cultura e di stile personale
Detto ciò proviamo a fermarci e a pensare alla storia delle relazioni familiari, non dovrebbe stupirci il fatto che, per la gran parte della storia dell’uomo, madri e figli hanno vissuto nella natura selvaggia e che i risvegli notturni hanno assicurato ai bambini nutrimento, protezione, calore. Fino all’inizio del Novecento non ci si poneva nemmeno il problema di dove dovessero  dormire i bambini, perché era ovvio e naturale dormire tutti insieme. In termini psicologici la vicinanza alla madre, diurna e notturna, fornisce protezione, calore e nutrimento ed è quanto si aspettano tutti i cuccioli di mammifero! Se allontanati,  emettono un richiamo di disagio da separazione che mette la madre in allerta, spingendola a recuperare il piccolo. In maniera analoga, quando un neonato viene lasciato solo, il suo sistema nervoso darà segnale di pericolo di vita producendo un elevato tasso di cortisolo, ormone dello stress, che, nei casi più infelici, rischia di produrre modifiche permanenti nelle strutture cerebrali tra cui amigdala e ippocampo, coinvolte nella costruzione della memoria e nella capacità di gestire emozioni. Questi dati dovrebbero renderci assai cauti sul sottoporre i nostri neonati e bambini piccoli a metodi quali il pianto controllato e ad oltranza, concepiti per farli dormire più a lungo!

Moltissime coppie si trovano a dover affrontare ciò che può sembrare «inaffrontabile»: i risvegli frequenti e la difficoltà di addormentamento del proprio bambino nei primi tre anni di vita. «Si tratta di insonnia a tutti gli effetti - spiega Paola Proserpio, neurologa al Centro di Medicina del Sonno dell’Ospedale Niguarda di Milano -, che però nel bambino ha caratteristiche diverse rispetto a quella dell’adulto: il primo non vuole dormire e si sforza di stare sveglio, il secondo vorrebbe dormire ma non ci riesce». Nei primi 3 anni di vita, il 20-30% dei bambini presenta dei disturbi del sonno: percentuale che scende al 15% dopo i 3 anni. I più «a rischio» sembrano essere i primogeniti o figli unici, quelli allattati al seno e quelli che dormono nel lettone. «Raramente le cause sono organiche - continua Proserpio -, per la maggior parte (più dell’80%) l’insonnia dipende da fattori psico-fisiologici, principalmente legati all’organizzazione della giornata, alla molteplicità di stimoli che si trovano intorno e alle abitudini date dai genitori (98%). Esistono anche le questioni organiche, le più frequenti sono: reflusso, disturbi dell’orecchio, asma, dermatite atopica».
Bene, probabilmente questa cara neurologa non conosce affatto la fisiologia del sonno:
Il sonno è un’esigenza fisiologica, come mangiare e respirare, senza la quale non potremmo sopravvivere. Ed è un’esigenza fisiologica sia per gli adulti che per i bambini.
Eppure quante volte sentiamo ripetere “mio figlio non dorme”, oppure “il sonno di mio figlio è un vero problema”? Come mai, a differenza di quello degli adulti, il sonno dei bambini desta così tante preoccupazioni?
Forse la risposta risiede in una valutazione errata, secondo schemi e aspettative prettamente adulti, che non tiene conto della particolare fisiologia del sonno infantile. I frequenti risvegli notturni – che si ripetono fino all’età di circa 3-4 anni – altro non sono che il naturale risultato della struttura fisiologica del sonno del bambino, in cui le fasi REM (quelle in cui si sogna e il sonno è più leggero) sono preponderanti rispetto alle fasi non REM (o di sonno profondo).
È normale, quindi, che un bambino al di sotto dei tre anni si svegli di frequente, così come sarebbe naturale per lui trovare accanto a sé la madre che lo tranquillizzi offrendogli il seno. Dormire accanto al proprio bimbo favorirebbe un sonno più ristoratore per la madre stessa, che non dovrebbe rispondere ai richiami del piccolo alzandosi dal letto, cercando – con grande disagio e pazienza sempre più ridotta – di riaddormentarlo nel suo lettino!
Eppure il diffondersi di una cultura di accudimento a basso contatto, che raccomanda il distacco precoce tra madre e figlio per favorire l’autonomia di quest’ultimo ha osteggiato la pratica del sonno condiviso e dell’allattamento notturno, in nome di una ipotetica educazione al sonno autonomo nel bambino. Da qui metodi e pubblicazioni, privi di qualsiasi evidenza scientifica a suffragio della loro validità, per insegnare ai bambini a dormire da soli sin dalla più tenera età, per fare di loro adulti equilibrati e sereni, e a salvaguardia dell’intimità della coppia e del benessere dell’intera famiglia!
Niente di più errato: i bambini non hanno bisogno di essere “educati” a dormire, poiché sono già dotati di questa capacità, esattamente come della competenza che li porta – intorno all’anno di vita – a camminare da soli e a parlare. I bambini hanno soltanto bisogno di essere accompagnati nella loro crescita verso l’acquisizione dei ritmi fisiologici di sonno/veglia, nel rispetto dei tempi personali di ognuno.
Quando accetteremo di valutare il sonno dei bambini secondo la sua natura, e di assecondare i reali bisogni di ogni cucciolo d’uomo di contatto e accudimento anche notturno (attraverso il sonno condiviso e l’allattamento materno) non sentiremo più pronunciare la solita frase “il mio bambino non mi dorme!”
Cosa fare, cosa evitare
Cominciamo a dire che cosa è bene non fare - chiarisce Proserpio -: far addormentare il bambino in braccio, nel lettone, nel passeggino, in auto o in qualunque posto che non sia il suo letto; abituarlo a un contatto con la madre durante l’addormentamento (es. la mano); dare il biberon o allattarlo mentre prende sonno; farlo stancare perché dorma di più. Vediamo invece che cosa si può fare: oltre al suddetto rituale serale, il genitore deve stare col bambino finché è tranquillo, magari dire sempre la stessa frase (es. «Fai dei bei sogni») e poi lasciare la stanza, spiegando al bambino dove va e perché. Se il bambino piange si può aspettare qualche secondo prima di tornare a tranquillizzarlo, sempre lasciandolo nel suo letto. Le qualità richieste ai genitori in questo processo sono: sicurezza, tranquillità, disponibilità a insegnare, ripetitività dei gesti». È importante, come detto, che il bambino dorma nella sua camera, assieme ai suoi giochi e alle sue cose: se è necessario correggere l’insonnia un buon punto di partenza può essere quello di creare o ricreare lo spazio del piccolo, sottolineando l’importanza di questo passaggio in relazione alla sua autonomia e al suo benessere.
Lasciar piangere il proprio bambino va contro l’istinto genitoriale - commenta Proserpio -, quindi è difficile riuscire a mettere in atto questo metodo. Però riteniamo valida la prima parte del libro, che riguarda le già citate buone abitudini per l’addormentamento e l’importanza di dormire ognuno nel proprio spazio. Il bambino deve essere abituato a dormire fin da piccolo nel suo letto, e possibilmente nella sua stanza, perché altrimenti si crea un’abitudine che è difficile correggere quando sarà più grande. Va detto che esistono anche teorie favorevoli al dormire tutti insieme nel lettone (co-sleeping), una pratica che favorirebbe in particolare il rapporto madre-figlio. Ma che secondo altri potrebbe ostacolare il raggiungimento dell’autonomia del bambino nel gestire il proprio sonno, oltre che ovviamente ridurre l’intimità tra i genitori». Un momento critico, anche se il bambino è abituato a dormire senza problemi, può presentarsi intorno ai 9 mesi di età, quando il piccolo prende sempre più coscienza della realtà che lo circonda e aumentano i risvegli notturni, anche a causa di sogni e incubi, che iniziano a strutturarsi proprio in quel periodo. È importante che il genitore continui a trasmettere sicurezza, senza farsi prendere dall’ansia, perché i bambini vivono continuamente il riflesso di ciò che «leggono» nei propri genitori (e i bambini in questo sono straordinari): se percepiscono stanchezza, insicurezza, paura, saranno a loro volta portati a vivere le stesse emozioni e dunque a dormire ancora peggio. «Esistono due tipologie di bambini, gli autoconsolatori e i segnalatori - aggiunge Proserpio -: i primi sono in grado di riaddormentarsi da soli (a un anno di età sono il 60-70% del totale), gli altri “segnalano” molto esplicitamente il proprio disagio e hanno bisogno di rassicurazioni frequenti. Anche in questo caso la differenza dipende per lo più dalle abitudini date dai genitori».

Probabilmente in un mondo abituato al basso contatto prendere in considerazione cosa significa essere un genitore ad alto contatto non è di norma.. ma vediamo che significa e a cosa porta l’alto contatto:
Cosa vuol dire essere genitori ad alto contatto?
Non saprei dare una risposta che possa in se racchiudere il significato della parola "alto contatto".
La verità, secondo me, infatti va cercata dentro ognuno di noi, dentro il nostro modo di pensare, essere ed agire.
So di certo che essere mamma ad alto contatto comporta inizialmente molti sacrifici, ma che col tempo questi saranno ampiamente ricompensati.
La costruzione del
legame di attaccamento ha come obiettivo il raggiungimento di una condizione di PROTEZIONE e, quindi, di una sensazione di SICUREZZA da parte del bambino.
Bowlby definisce la base sicura come “la base da cui un bambino parte per esplorare il modo e a cui può far ritorno in ogni momento di difficoltà o in cui ne senta il bisogno”.

I bambini cercheranno la loro base sicura in momenti di pericolo, malattia, stanchezza o dopo una separazione.
Questo fenomeno riconosce anche negli adulti.
Tutti noi ci sentiamo “a casa” con coloro che conosciamo e di cui ci fidiamo e all’interno di un ambiente “familiare” siamo capaci di rilassarci e di impegnarci nei nostri progetti, che siano gioco, lavoro o svago.
Da questo concetto si comprende facilmente come non abbia senso palare di “vizi” dati ai bambini.
Questi cercheranno la vicinanza della madre o di chi si prende cura di loro, per fare il pieno di sicurezza ogniqualvolta percepiranno sensazioni di incertezza.
Ciò sarà normalissimo se avviene di notte o dopo che la mamma è stata fuori casa per qualche ora, ma anche in altri momenti che magari noi adulti non comprendiamo immediatamente.

Via, via che passano i mesi, il bambino farà tesoro di questa sicurezza e svilupperà la sua autonomia coi propri tempi di crescita.
Ecco quindi, che lasciar piangere i bambini di notte o imporgli un
allattamento ad orario non rispetterà in alcun modo le sensazioni che il bambino prova e che vuole comunicare a suo modo ai genitori.
Non ascoltare e elaborare insieme queste sensazioni, porterà facilmente ad una frattura nella relazione di fiducia che si deve creare fra genitori e figli. (.1)

In questo modo il bambino, e poi l'adulto, può sentirsi libero di allontanarsi e differenziarsi gradualmente dalla mamma ed iniziare ad esplorare il mondo esterno, con la sicurezza di poterla ritrovare al suo ritorno.
Ciascun individuo possiede dunque un particolare stile d'attaccamento che caratterizza le sue interazioni affettive (relazioni di coppia, relazioni intime, ecc.) e che influenzerà a sua volta lo stile d'attaccamento del proprio bambino. (.2)

"(...) negli anatroccoli e nelle papere: nelle ore successive all'uscita dall'uovo i giovani uccelli seguono il primo oggetto in movimento che hanno percepito; non solo, ben presto giunge il momento in cui seguono solo l'oggetto già seguito in precedenza ed evitano tutti gli altri.
Questo rapido apprendimento di un oggetto familiare e la successiva tendenza a seguirlo è noto come "imprinting"

Intorno al primo anno di vita, secondo J. Bowlby, il bambino inizia ad organizzare la sua esperienza affettiva in base al modello della figura di attaccamento con alla base queste caratteristiche chiave: “ il concetto di chi siano le figure di attaccamento, di dove le si possa trovare e del modo in cui ci si possa aspettare che reagiscano” (Bowlby, 1973).
La stabilità del modello di attaccamento nei primi due anni di vita, pertanto, è una proprietà della diade madre - bambino che determinail comportamento del bambino nel tempo.
Il comportamento di attaccamento si manifesta in modo intenso e regolare fino alla fine del terzo anno. A questa epoca, secondo Bowlby, si verifica un cambiamento ben noto agli insegnanti delle scuole materne: sino a due anni e nove mesi circa, la maggior parte dei bambini che frequentano l'asilo si dispera quando la madre se ne va; anche se il loro pianto può essere breve, i bambini tendono tuttavia a rimanere inattivi e appartati, ad esigere costantemente l'attenzione dell'insegnante, in netto contrasto col modo in cui e si comporterebbero nella stessa situazione se la madre rimanesse con loro.

Dopo i tre anni invece i bambini sono assai più capaci di accettare una momentanea assenza della madre e di mettersi a giocare con altri bambini.
In molti bambini questo cambiamento sembra improvviso; ciò fa pensare che a questa età si oltrepassi una qualche soglia maturativa.
Bowlby sostiene che i bambini dopo i tre anni diventano sempre più capaci di sentirsi sicuri in un ambiente estraneo e con figure di attaccamento secondarie, quali un parente o l'insegnante.
Questo senso di sicurezza è subordinato a certe condizioni:
·         le figure secondarie devono essere persone note che preferibilmente il bambino abbia conosciuto in compagnia della madre;
·         il bambino deve essere sano e sereno, deve sapere dov'è la madre, deve essere sicuro di poter riprendere contatto con lei in breve tempo.

In mancanza di tali condizioni è facile che il bambino rimanga "mammone" o manifesti altri disturbi. Pur attenuandosi il comportamento di attaccamento persiste anche nei primi anni di scolarità.

Quando camminano in strada, i bambini di 5-6 anni e anche più a volte amano tenere la mano del genitore e anche aggrapparvisi, e se ne hanno a male se questi li rifiuta.
Quando giocano con altri bambini se qualcosa non va, ritornano immediatamente dal genitore oppure dal suo sostituto.
Se sono appena un po' spaventati cercano immediatamente il contatto.

Durante l'
adolescenza l'attaccamento ai genitori diminuisce, altri adulti possono assumere un'importanza uguale o maggiore dei genitori, l'attrazione sessuale per i coetanei comincia ad allargare l'orizzonte.
Ad un estremo troviamo gli adolescenti che si distaccano dai genitori, all'altro quelli che vi rimangono intensamente attaccati e non sono capaci di dirigere verso altri il loro attaccamento.
Tra questi estremi sta la grande maggioranza degli
adolescenti, in cui l'attaccamento ai genitori rimane forte, ma in cui sono anche molto importanti i legami con altre persone. (.3)

"(...) il comportamento di attaccamento nella vita adulta è una continuazione diretta di quello dell'infanzia"'   


♥ Mamma Silvia G. ♥Fine modulo

Mamma senza filtro

Mamma senza filtro
Il mio lavoro da tre anni e mezzo è uno solo, il più bello del mondo: essere Mamma di due bambini, Christian di tre anni e mezzo e Fiamma di due anni. Una mamma alla quale piace informarsi e informare e possibilmente far conoscere e capire falsi miti sull’infinito mondo dei bambini.  https://www.facebook.com/groups/mammeitalia/ 

Per segnalazioni scrivetemi alla mail: syluna@libero.it

Una mamma ci ha segnalato  un articolo della rivista "Insieme" di Febbraio che riguarda il dormire o meno coi propri figli.
Inizio con analizzare le parti cruciali dell’articolo:
Mai rinunciare al lettone per fare spazio a lui: ne va dell’equilibrio e del benessere della coppia
Sotto le coperte coi genitori il bebè trova sicurezza e protezione.normale che cerchi di entrarci.sia, ma in occasioni speciali: la privacy di mamma e papà prima di tutto
Se il cosleeping (che ricordo non vuol dire per forza nel lettone, ci sono altri modi) dà così noia all'intimità di coppia come mai i due massimi esperti mondiali di cosleeping sicuro William Sears e James McKEnna hanno rispettivamente 8 e 5 figli?? (Dal libro: Ee se poi prende il vizio)
E aggiungo: esiste solo il lettone per vivere l’intimità di coppia? Io da mamma che dorme assieme al marito e ai due figli di tre anni e mezzo e di due anni rispondo No. Ci sono mille altri modi e occasione per vivere l’intimità, anzi libera fantasia e al bando la routine.
Se il piccolo piange non precipitatevi da lui per toglierlo dal lettino. Controllate che stia bene e non abbia fame. Poi sedetevi accanto e fatevi sentire vicino .Si rassicurerà
Durante il sonno il bimbo non ha bisogno di rassicurazioni: dormire con lui non gli da vantaggi. meglio un genitore ben disposto e deciso che sappia accompagnarlo alla nanna
Io rispondo: siamo sicuri che si rassicurerà o semplicemente si arrenderà? Vi do 10 motivi per rispondere a un bimbo che piange:
Dieci ragioni per rispondere a un bambino che piange di Jan Hunt, M.Sc. (
  1. I primi tentativi di comunicare da parte di un bambino non possono avvenire con le parole, ma possono essere solo non verbali. Non sa esprimere con parole le emozioni di felicità, ma può sorridere. Non è in grado di esprimere con parole le emozioni di tristezza o rabbia, ma può piangere. Se il suo sorriso riceve una risposta, mentre il suo pianto viene ignorato, potrebbe ricevere il messaggio dannoso di poter essere amato e accudito solo quando è felice. I bambini che ricevono continuamente questo messaggio attraverso gli anni non si sentiranno mai veramente amati e accettati.
     
  2. Se i tentativi del bambino di comunicare tristezza o rabbia vengono sistematicamente ignorati, non può imparare in che modo esprimere quei sentimenti con le parole. Il pianto ha bisogno di ricevere una reazione appropriata e positiva affinché il bambino capisca che tutte le sue emozioni sono accettate. Se le sue emozioni non sono accettate, e viene ignorato o punito perché piange, egli riceve il messaggio che la tristezza e la rabbia sono inaccettabili, non importa come siano espresse. È impossibile per un bambino capire che le espressioni di tristezza o di rabbia potrebbero essere accettate con parole appropriate una volta che sia cresciuto e in grado di usare tali parole. Un bambino sa soltanto comunicare nei modi che gli sono possibili ad ogni età, può solo riuscire a fare quello che ha avuto l’opportunità di imparare. Ogni bambino fa il suo meglio secondo la sua età, l’esperienza, e le circostanze del momento. È decisamente sleale punire un bambino per non aver fatto più di quanto sappia fare.
     
  3. Un bambino al quale sia stato dato il messaggio che i suoi genitori gli risponderanno solo quando lui è "buono" inizierà a nascondere il "cattivo" comportamento e le "brutte" emozioni agli altri, e anche a se stesso. Rischia di diventare un adulto che sopprime le brutte emozioni e non è capace di comunicare la piena varietà di emozioni umane. infatti, ci sono molti adulti i quali trovano difficile esprimere rabbia, tristezza, o altre "brutte" emozioni nei modi appropriati.
     
  4. La rabbia che non può essere espressa nella prima infanzia non scompare semplicemente. Diventa repressa e si accumula col passare degli anni, fino a quando il bambino non è più capace di contenerla, ed è cresciuto abbastanza da non temere più una punizione fisica. Quando alla fine questo contenitore di rabbia si spalanca, i genitori possono essere scioccati e perplessi. Hanno dimenticato le centinaia o migliaia di momenti di frustrazione che hanno riempito questo contenitore durante gli anni. Il principio psicologico che "la frustrazione porta all’aggressività" non è mai così ben visibile quanto nella ribellione finale di un adolescente. I genitori dovrebbero essere aiutati a capire quanto sia frustrante per un bambino sentirsi invisibile quando il suo pianto è ignorato, o sentirsi indifeso e scoraggiato quando i suoi tentativi di esprimere i suoi bisogni e i suoi sentimenti vengono ignorati o puniti.
     
  5. Siamo tutti nati sapendo che ogni emozione che proviamo è legittima. Gradualmente perdiamo questa convinzione se solo la parte "buona" di noi stessi ci fornisce risposte positive. Questa è una tragedia, perché solo quando accettiamo pienamente noi stessi e gli altri, nonostante gli errori, possiamo avere relazioni davvero amorevoli. Se non siamo pienamente amati e accettati nell’infanzia, rischiamo di non imparare mai cosa si prova o come si comunica tale accettazione verso gli altri, non importa quanta terapia o letture o riflessioni facciamo. Quanto più serene sarebbero le nostre vite se semplicemente avessimo ricevuto amore incondizionato attraverso i nostri primi anni!
     
  6. I genitori che si chiedono se rispondere o no al pianto dovrebbero riflettere su quali sarebbero le loro reazioni in situazioni simili. Alcuni genitori considerano appropriato ignorare il pianto di un bambino, eppure, provano intensa rabbia se il loro partner li ignora quando tentano di fare conversazione. Molti nella nostra società sembrano credere che una persona debba avere una certa età per avere il diritto di essere ascoltata. Ma quale età sarebbe? Neonati e bambini non sono persone meno importanti solo perché sono piccoli e indifesi. Anzi, più qualcuno è indifeso, più merita la nostra compassione, attenzione e assistenza.
     
  7. Se ai bambini si insegna attraverso l’esempio che le persone indifese meritano di essere ignorate, rischiano di perdere quella compassione per gli altri con la quale tutti noi esseri umani siamo nati. Se, da neonati indifesi, i loro strilli vengono ignorati, iniziano a credere che questa sia la reazione appropriata verso quelli che sono più deboli di loro stessi, e alla "Legge del più forte". Senza compassione, si prepara la fase della violenza che verrà in seguito. Quelli che si chiedono come un criminale abbia potuto non avere pietà per le sue vittime devono considerare le origini della perdita di quella compassione. La compassione non scompare improvvisamente. Viene rubata, attraverso un allevamento indifferente o punitivo, goccia dopo goccia, finché si esaurisce. La perdita della compassione è la tragedia più grande che possa capitare a un bambino.
     
  8. Quando un bambino impara dall’esempio dei suoi genitori che è giusto ignorare il pianto di un neonato, egli tratterà con naturalezza allo stesso modo i propri bambini, a meno che ci sia qualche intervento di altri. Essere inadatti come genitori è qualcosa che si tramanda per generazioni fino a quando delle circostanze fortuite cambiano quel modello. Quanto sarebbe stato molto più facile per un genitore aver imparato durante l’infanzia come si trattano i propri figli! Forse il circolo vizioso dei comportamenti sbagliati dei genitori può iniziare a cambiare quando mai più degli spettatori passino e si allontanino da un bambino che piange disperatamente senza fermarsi per aiutarlo. Questa potrebbe essere la prima volta che un bambino riceve il messaggio che i suoi sentimenti sono legittimi ed importanti, e questo messaggio cruciale sarà ricordato più tardi quando loro stessi avranno un bambino.
     
  9. Il pianto è un segnale provvisto dalla natura allo scopo di disturbare i genitori affinché vadano incontro ai bisogni del neonato. Ignorare il pianto di un bambino è come ignorare la sirena di un allarme antincendio perché ci da fastidio. Il segnale è stato progettato per disturbarci così che possiamo prestare attenzione a una situazione importante. Solo una persona sorda ignorerebbe un allarme antincendio, eppure molti genitori si fingono sordi al pianto del loro bambino. Il piangere, come il segnale d’allarme, serve a catturare la nostra attenzione così che possiamo soddisfare i bisogni importanti del bambino. La natura non avrebbe mai dotato i bambini di un richiamo ricorrente senza una ragione.
     
  10. Genitori che reagiscono solo a un "buon" comportamento possono essere convinti che stanno allevando il bambino a comportarsi "meglio". Eppure loro stessi sentono di collaborare più volentieri con chi li tratta con gentilezza. È come se i bambini fossero percepiti come una specie diversa, che funziona secondo principi di comportamento diversi. Questo è assurdo, perché sarebbe impossibile identificare un momento nel quale il bambino cambia improvvisamente verso principi di comportamento "adulti". La verità è molto più semplice: i bambini sono esseri umani che si comportano secondo gli stessi principi degli altri esseri umani. Come il resto di noi, reagiscono nel modo migliore alla gentilezza, pazienza e comprensione. I genitori che si chiedono perché un bambino sia "maleducato" dovrebbero soffermarsi a riflettere su questo punto: "Io me la sento di collaborare quando qualcuno mi tratta bene, oppure quando qualcuno mi tratta nel modo come ho appena trattato mio figlio?"
Il co-sleeping, o il dormire assieme nello stesso letto, ha effetti negativi a lungo termine specie se protratto nel tempo: stravolge le abitudini del sonno del bambino e sfianca i genitori
Il bebè va ducato al sonno: con pazienza.E i rituali più giusti per lui: il saluto ai giochi,il pigiamino,un libretto da leggere assieme,tante coccole..il tutto dentro i suoi spazi
Poter accedere liberamente al lettone dà al piccolo una pericolosa idea di onnipotenza che,alla lunga, potrebbe rendergli complicato relazionarsi con gli altri.
Per il bambino, culla e lettino sono la prima “palestra di sperimentazione” della sua autonomia, in cui capisce di essere individuo a sé e non un tutt’uno con mamma e papà
Partendo dal fatto che non sfianca i genitori ma anzi è una scelta consapevole dettata da amore e perché no anche comodità vediamo di spiegare perché non stravolge le abitudini e perché il bambino non va educato al sonno,  specificando che il sonno per l’appunto non è un abitudine ma è fisiologico:
L’evoluzione del sonno: James McKenna, intervento al convegno de La Leche League International, 1997
Abbiamo letto nel libro Genitori di giorno e di notte del dottor Sears che i neonati dormono in maniera diversa dagli adulti, soprattutto perché hanno più sonno attivo (REM) che sonno passivo (non REM), visto che il primo è fondamentale per loro crescita neurologica. Un altro studioso del sonno, il dottor James McKenna, antropologo e professore nel dipartimento di neurologia all'università della California e ricercatore sulla SIDS (sindrome della morte improvvisa del lattante) da oltre 10 anni, ha cercato di approfondire la vera natura del sonno di un neonato, sano e nato termine, dal punto di vista evolutivo - cioè come il suo corpo sia stato programmato biologicamente per dormire. Ha studiato quelle che lui definisce le "aspettative biologiche" del neonato rispetto alle sue esperienze di sonno, in contrasto con le nostre "aspettative culturali", e ha riscontrato un enorme abisso.
Il dottor McKenna fa notare come recenti modelli pediatrici e psicologici, assieme a nuove ideologie, convenienze e valori culturali, abbiano formato la nostra opinione su come un bambino "normalmente" dovrebbe dormire; ma questo è in netto contrasto con ciò che è importante per il neonato dal punto di vista biologico e dello sviluppo.
In questa nostra epoca, quindi, dice McKenna, stiamo provocando nel neonato umano un nuovo tipo d'esperienza di sonno.
La struttura, il comportamento, lo sviluppo fisiologico dei nostri neonati si formò migliaia e migliaia di anni fa, tra l'epoca dei cacciatori-raccoglitori e la rivoluzione agricola - il che storicamente ci può sembrare tanto, osserva McKenna, ma dal punto di vista biologico è estremamente recente. Il modus vivendi dei nostri antenati ha sviluppato quelle caratteristiche di sopravvivenza che abbiamo oggi. Infatti, dice l'antropologo, nonostante grandissime differenze culturali nel mondo, ritroviamo una base comune a tutti i neonati, che si è sviluppata in questo periodo in cui gli esseri umani sono stati "scolpiti" per adattarsi meglio al loro modo di vita.
James McKenna fa un passo indietro per parlare di una fondamentale differenza tra gli esseri umani e gli altri primati: la nostra circonferenza cranica fetale è in media più grande dell'apertura pelvica media (questo sarebbe avvenuto quando abbiamo acquisito la posizione eretta), e per questo i nostri cuccioli nascono estremamente immaturi in confronto agli altri mammiferi. Abbiamo il cervello meno maturo neurologicamente alla nascita, con solo il 25% del suo volume definitivo.
L’ evoluzione del sonnGli scimpanzé nascono con il 45% del volume del loro cervello, eppure i loro piccoli vengono portati addosso in media dai due-quattro anni e allattati altrettanto a lungo.
Gli esseri umani terminano la maggior parte della gestazione fuori dell'utero (dentro sarebbe impossibile proprio per via della grandezza del cranio rispetto allo scavo pelvico). I neonati dovrebbero stare almeno altri sei mesi nell'utero materno per essere vicini come sviluppo agli altri cuccioli mammiferi, afferma McKenna, e quindi necessitano di un ambiente ricco di cure per il loro sviluppo. Condividere il sonno, quindi, è una decisione fisiologica.

Noi facciamo parte delle specie che "portano" i loro cuccioli, come le scimmie e in particolare i primati (scimmie antropomorfe). Il nostro latte è stato disegnato per un cucciolo che viva costantemente con sua madre, che mangi frequentemente giorno e notte - a differenza delle specie che "cacciano", il cui latte è altamente proteico, ricco di grassi, povero di zuccheri e molto calorico, il che permette alle madri di lasciare le tane, cercare il cibo e tornare per allattare; i loro cuccioli sono sazi più a lungo e possono quindi stare dei periodi lunghi senza la mamma.
La qualità del latte umano, afferma McKenna, suggerisce invece un rapporto di costante contatto o prossimità con la mamma.
Il nostro mondo occidentale industrializzato incoraggia da subito lunghe e frequenti separazioni del neonato dalla madre - da cui al contrario dipende la sua sopravvivenza.
II dottor McKenna sottolinea come i neonati che protestano, che hanno "problemi di sonno", che sono definiti "patologici" stiano semplicemente cercando di migliorare quello che il loro corpo segnala essere una situazione pericolosa per la loro sopravvivenza: e cioè la separazione dalla madre. I neonati che non possono e non vogliono adattarsi ad un modello culturale arbitrario di separazione NON sono meno intelligenti o meno creativi o meno maturi, dice McKenna: sono probabilmente più vigorosi e agiscono nel loro interesse per cercare di ridurre la separazione.
Pregiudizi e false aspettative
Negli Stati Uniti dal 20% al 40% dei problemi pediatrici coinvolgono questioni di sonno. Per McKenna, questo conflitto genitori / figli sul sonno è in realtà la falsa aspettativa dei genitori su come il bambino DOVREBBE dormire, e come invece il bambino è stato BIOLOGICAMENTE PROGRAMMATO per dormire. Secondo James McKenna, è ingiusto interpretare l'incapacità dei neonati di dormire soli come un fallimento del bambino o dei genitori. I genitori non dovrebbero aspettarsi che i loro bambini dormano tutta la notte a 2, 6, 8 mesi o più: è falso, si svegliano tantissimo! ma se sono vicini ai genitori spesso i genitori nemmeno se ne accorgono. Se invece si svegliano e sono soli, allora il loro scopo è di cercare di ridurre questa separazione, quest'isolamento, questo senso di abbandono col pianto.
I modelli culturali arbitrari di cui parla McKenna hanno diverse origini storiche, tra cui:
il complesso di Edipo freudiano; la crescita della famiglia patriarcale (che è un avvenimento recente); la società vittoriana e le sue nozioni riguardo alla privacy e ai comportamenti sessuali; il movimento moralista nell'Europa ottocentesca.
Si sono quindi create delle credenze popolari del tipo: "Vostro figlio rischia di soffocare se dorme con voi!" "Ci può essere un danno psicologico irreparabile dall'essere troppo intimi o sentire rumori di sesso!" Oppure "I bambini possono intromettersi fra i genitori!" eccetera.
Nulla di tutto questo è stato dimostrato scientificamente, afferma il dottor McKenna. Non esiste neanche uno studio che dimostri i benefici del sonno solitario (tranne in situazioni rischiose per il neonato come materassi ad acqua, genitori che fumano, usano droghe, oppure sono obesi).
Insomma: le nostre ideologie sono cambiate dai nostri antenati cacciatori / raccoglitori di 100.000 anni fa, ma i nostri geni no, i neonati sono esattamente uguali.
I vantaggi biologici del sonno condiviso
McKenna prosegue raccomandandoci di creare degli ambienti di sonno sicuri per i nostri bambini.
I bambini possono soffocare, ma non è facile riuscirci: le ricerche dimostrano la capacità del neonato di proteggere la bocca e le narici dall'occlusione. Nel suo laboratorio di ricerca su sonno, il dottor McKenna e i suoi collaboratori hanno avuto difficoltà ad applicare del cellophane (pellicola) e cotone sul viso di un neonato, perché lui si è difeso in maniera vigorosa. Hanno provato a mettere del cellophane sul suo viso per 20 secondi e poi hanno tentato di infilare del cotone nelle sue narici e ci sono volute due persone per tenerlo fermo perché tentava selvaggiamente di difendere la zona nasale. È una dimostrazione del fatto che i neonati sono strutturati per proteggersi in situazioni di condivisione di sonno, afferma McKenna: è così che hanno vissuto attraverso l'evoluzione, ed è così che vivono in gran parte del mondo.
La letteratura scientifica abbonda dei benefici del contatto fisico tra genitori e bambini. Gli studi sul tatto e sul massaggio, giorno e notte, dimostrano che i livelli di glucosio nel sangue sono più alti, le temperature corporee dei bambini sono più alte, i bambini piangono meno, l'allattamento al seno si stabilisce meglio e i bambini aumentano di peso più velocemente.
Le ultime ricerche de dottor McKenna sono rivolte alla condivisione del sonno tra mamma e bambino, monitorando reazioni fisiche e registrando mamme e bambini che dormono insieme e separatamente. Ha riscontrato che, dormendo insieme, i neonati trascorrono meno tempo nel sonno profondo: in questa fase sarebbe più difficile per loro svegliarsi da situazioni di apnea o pause respiratorie (che sono molto comuni nei neonati). I neonati più a rischio per SIDS sono quelli che hanno un'incapacità di riprendersi da questo stato, e quindi non è nel loro interesse trascorrere 15-20 minuti in un sonno profondo solitario, a differenza di 7-11 minuti in un sonno profondo condiviso. Quando dormono insieme, i bambini e le mamme sono nella stessa fase di sonno.
Conclusioni
McKenna conclude ricordandoci che non solo i neonati portano la loro eredità biologica nel presente, ma anche che noi adulti non avremmo mai dovuto accettare l'idea che loro arrivino già "adattati", per quanto incredibili e versatili possano essere.
Abbiamo spinto troppo in là le nozioni dell'indipendenza fisiologica del neonato dalla madre, perché questi sono i valori che la nostra società sostiene. Quando, ad esempio, scopriamo una cosa nuova che i nostri piccoli sanno fare pensiamo che sia fantastico: "Guarda, sa già fare così!".
Ebbene, un conto è riconoscere che i nostri figli si preparano ad adattarsi, dice McKenna, ma un altro è riconoscere che non sono ancora adattati. Per McKenna, la frase del grande pediatra e psicologo infantile Winnicott:* "Non esiste un neonato, esiste un neonato e qualcuno", è una bella metafora per cercare di capire la natura del sonno dei nostri neonati e come la storia evolutiva umana ci suggerisca di considerarli.
Credo che tutto quello citato sopra possa far capire quindi il perché il bambino possa tranquillamente dormire nel lettone.

♥ Mamma Silvia ♥ 

Co-sleeping…perché sì?

Co-sleeping…perché sì?

Intervista tratta dalla rivista “giovani genitori” gennaio 2014 http://www.giovanigenitori.it/scegli_citta.php
1)      Cosa vuol dire per te praticare il cosleeping?
Quando ero in dolce attesa di Lucia, la mia bimba che ora ha 15 mesi, non avevo la più pallida idea di cosa potesse dire essere mamma; avevo una vaga idea su tutto e come la maggior parte delle persone, ho preparato al sua cameretta con il suo lettino e le sue cosine, credendo che lei avrebbe dormito lì, nella sua cameretta. Ma quando è nata lei aveva già le idee chiare per fortuna! Malgrado il TC l’ho allattata da subito (ed allatto ancora ora) ed il fatto di averla accanto la notte ci permetteva di riposare tutti, senza neppure svegliare il papà, perché al primo accenno di Lucia, aveva la sua tetta self service. Sentire il suo respiro, il suo calore e intravedere il suo viso con la lucina notturna di notte, ci rende felici, sia a me che al papà, e non ci ha mai fatto passare una sola notte in bianco! Ora abbiamo già attrezzato la camera con un side bed (il lettino senza una sbarra legato al lettone e adeguato le altezza dei materassi) per avere più spazio perché a marzo arriverà il fratellino e questa volta non abbiamo dubbi sul dove dormirà :)

2)       Quali sono i vantaggi che hai riscontrato?
Oltre a facilitare l’allattamento  a richiesta (la prolattina viene stimolata di più la notte) ed il fatto di poter dormire di più, il cosleeping previene la sids; il respiro del bambino si sincronizza con quello della mamma, il contatto ed i movimenti materni facilitano dei piccoli risvegli. Poi per noi è naturale, è seguire il nostro istinto ed il nostro amore; tutti i cuccioli di mammifero dormono con la mamma, non capisco neppure perché si debba aver fretta di staccarsi e renderli “indipendenti” a 4 mesi, come suggeriscono certi metodi senza nessun fondamento scientifico e reputati pericolosi.

3)      Quali sono le principali critiche, se ce ne sono state, che ti sono state rivolte da chi non pratica questo metodo?
Come tutte le critiche fatte allo stile di accudimento ad alto contatto; in una società dove viene insegnato il distacco precoce, il latte artificiale, il non stare troppo in braccio, anche il dormire tutta la notte e separati sono le nuove leggi; la mamma deve rientrare presto al lavoro e deve staccarsi il prima possibile per essere produttiva. Quindi lo vizi troppo, non sarà mai indipendente e così via, ma ci rido su; io so che i bisogni di contatto del bambino vanno soddisfatti e che un accudimento prossimale aiuta a renderlo più sicuro da adulto. Ah la critica “migliore” è che non avrò più intimità con il mio compagno…come se esistesse solo la camera da letto! J (ps ed io sono incinta del mio secondo figlio…pur condividendo il sonno)

4)      C'è qualche consiglio che ti senti di dare alle mamme che vogliono avvicinarsi al cosleeping?
Di fare di testa propria ed ignorare le critiche, che tanto arriveranno qualsiasi scelta noi faremo. Ogni famiglia deve trovare il proprio equilibrio e non esiste nessuna regola fissa, ne manuale che ci insegni a crescere un bambino; si deve solo seguire il bisogno del bambino ed il proprio istinto; è riprovato che una madre che dorme lontana dal suo cucciolo si sveglia molte volte per controllare “se respira” e questo fa parte del nostro istinto e già si capisce che dormire separati crea un ansia nella ma madre e che dal punto di vista istintivo è sbagliato. E per togliersi qualche dubbio possono leggere saggi libri come “besame mucho” o “e se poi prende il vizio”. Sono illuminanti!


A cura di mamma Silvia ♥

sabato 7 dicembre 2013

Il nostro co-sleeping

Il nostro co-sleeping

 Volevo condividere un episodio molto importante per me legato alla nascita di Rebecca e al co-sleeping. Purtroppo a causa della gestosi la sua nascita non è stata un bel momento. Ricoverata d'urgenza mi hanno fatto un Cesareo non programmato e tolto subito la bimba senza neanche portarmela vicino perché ero intubata. Mi hanno portato subito via in rianimazione (avevo acqua nei polmoni e cuore in difficoltà) e per la sua prima settimana di vita lei è rimasta sola al nido. Al mio spostamento in reparto mi permisero di tenerla con me solo per provare ad allattarla (ci siamo riuscite) poi via...non potevo tenerla con me come facevano le altre mamme. Al rientro a casa mi sentivo un po' una schifezza: mi sentivo strana nei suoi confronti perché non avevo avuto il parto che volevo io...come me lo ero immaginata con mio marito vicino etc.
Poi il "fallimento" nanna...fallimento perché io CREDEVO di fare la cosa giusta dato che tutti mi dicevano di abituarla subito blah blah se no la vizi blah blah. Poi è arrivato il giorno che ha sancito l'inizio del nostro co-sleeping. I primi tempi avevo mille dubbi perché dopo essere stati sottoposti a un quasi lavaggio del cervello si fa fatica ad essere coerenti ma poi (circa 2 settimane dopo) la mia stella di bimba mi ha illuminata! Una sera lei (neanche 3 mesi) era nella sua parte di letto, noi eravamo ancora svegli e la lucina notturna era soffusa, appena sufficiente a farmi vedere Rebecca. Beh lei scriciolina (alla nascita era appena 2kg) ad un certo punto vedo che inizia a muoversi allora la lascio fare senza toccarla. Non piangeva ma vedevo che nel dormiveglia (aveva gli occhietti chiusi) si spingeva e rotolava...ha fatto così fino a che con la manina ha toccato il mio braccio e poi con la faccina ha fatto "tonf" sul pigiama altezza tetta. Ma non voleva latte, appena mi ha raggiunta ha cambiato espressione...si è rilassata e siamo rimaste così: vicine al calduccio. Ecco quello è stato il momento in cui mi sono sentita una mamma vera per la prima volta a prescindere da come era andato il parto.
E dal quel momento non mi sono più interessati i consigli, i giudizi e le critiche in merito al co-sleeping e all'allattamento.  I bimbi SANNO cosa fare.
Scusate se mi sono dilungata ma stamattina mi sono svegliata felice.
Mamma Barbara




venerdì 4 ottobre 2013

Co- sleeping – dormire insieme al naturale

Co- sleeping – dormire insieme al naturale

Le idee su “dove dovrebbe dormire il nostro cucciolo” si dividono in due nette correnti di pensiero: solo nella sua cameretta nel suo lettino o in camera con i genitori, nel suo lettino o nel lettone. Non esiste assolutamente una regola e dobbiamo capire che i neonati non hanno nessun vizio, ma solo esigenze, cosa che in pochi riescono ad accettare a causa degli stereotipi della cultura moderna, che ci vuole staccate da nostro figlio per tornare presto a lavorare ed a produrre. Il sonno condiviso indica che il nostro cucciolo debba dormire con noi nella stessa stanza; o nella sua culletta/lettino accanto a noi, o legato al lettone ( il side-bed) o direttamente nel lettone tra i genitori. Si tratta del luogo più sicuro e naturale in cui dormire. Immaginate la nostra evoluzione che ci ha portato da discendenti delle scimmie fino ad oggi; per lunghi secoli non abbiamo avuto neppure le capanne perché eravamo nomadi; dopo di che ci siamo costruiti rifugi di fortuna, di certo poco solidi, in ambienti infestati da bestie selvatiche che ci predavano…e dove dormivano i nostri cuccioli? Naturalmente con la mamma, ed i papà facevano la “guardia” per proteggerli. Immaginate di andare in campeggio in mezzo ad un bosco popolato dai lupi, di certo non lascereste dormire il vostro cucciolo da solo nella sua tenda! Ora le nostre case sono sicure, fatte di cemento, calde e difese da solide porte, ma il nostro cervello primordiale, quello istintivo e non razionale, maturato in secoli, non lo può sapere ed i neonati sono puro istinto; pertanto se lasciamo un bimbo dormire solo  esso per  istinto piangerà per attirare l’attenzione dei genitori per dirgli:  “sono solo ed in pericolo” e si zittirà solo dopo parecchi minuti, sempre per istinto naturale “se la mamma non arriva, o è morta o non può, e se continuo a piangere attirerò il pericolo”. Certo, nell’evoluzione ci sono anche dei cuccioli che non piangono e si adattano da subito a dormire da soli, normalissimi anche loro, non preoccupatevi! E noi madri? Questo istinto lo abbiamo perso? Certo che no! Nei primi mesi, mentre il nostro cucciolo dorme, noi siamo programmate per svegliarci ogni ora per controllare se “respira” o se sta bene, istinto che si accentua ad intervalli più frequenti se facciamo dormire il cucciolo dove non possiamo vederlo né toccarlo. Quindi per evitare i frequenti risvegli notturni, nostri e del nostro cucciolo, dobbiamo per forza dormire insieme? Ovviamente no; a noi stesse ed al nostro bimbo si può insegnare che la casa è sicura, il suo lettino è comodo e caldo, basteranno lacune notti  difficili di pianti e si abituerà;  in alcuni casi però il loro istinto è così forte che  non riusciranno a dormire bene per  qualche anno. Se vogliamo insegnare ai nostri cuccioli  ad andare contro questo istinto di conservazione, facciamo almeno in modo dolce, accorrendo ogni volta che ci chiama piangendo e non lasciamolo solo al buio fino a che non si riaddormenta sfinito, almeno  insegniamolo  con amore, se per noi questo è giusto; i bimbi imparano ciò che gli insegniamo  e cercano di accontentarci molto più di quanto noi crediamo.
L’altra soluzione? Naturalmente il co-sleeping! Legate il suo lettino al vostro lettone, togliete la sbarra e quando il cucciolo si sveglierà a cercarvi voi dovrete solo abbracciarlo, dargli la tetta o il biberon, senza neppure svegliarvi del tutto…e vedrete, il nostro  cucciolo non piangerà e non passerete più notti in bianco o faticose per i molti risvegli.  Lo sentirete solo muoversi e cercare la mamma nel sonno. D’altronde voi stesse dormite accanto a vostro marito per il puro piacere di condividere il sonno. E quando saranno pronti, come tutti i cuccioli, lasceranno il nido. Non dormiranno con voi a 20 anni, non ci sperate J  
Mamma Paola
Fonte e lettura consigliata:

-           “Bésame Mucho” di Carlos Gonzales